
Cammino lungo via Santa Croce in Gerusalemme, davanti alla maestosa basilica di Santa Croce, nel quartiere Esquilino.
Scorgo quello che prima era il mio appartamento, dove sono cresciuta e rimasta fino ai miei sette anni. Nonostante sia passato molto tempo, i miei ricordi sono ancora molto vividi. Sono alla ricerca della Pasticceria Termini, dove la signora Rosa, una anziana signora che portava grandi occhiali dorati e aveva sempre un’aria molto allegra, mi regalava le lingue di gatto, i miei biscotti preferiti. Mia madre, che passeggia accanto a me, mi dice che il negozio è stato chiuso tre anni fa, così come l’alimentari dei Signori; scopro così che di questi posti ne è rimasto solo il ricordo.
Continuando a camminare sul viale osservo, ancora una volta, gli altissimi platani sopra di me e le numerose foglie che cadendo ricoprono il marciapiede, e ricordo che quando ero piccola io e mia sorella Isabella facevamo a gara a chi trovava la foglia più grande. Nella mia vecchia via c’è sempre stato molto traffico e così è tutt’ora: il costante suono dei clacson è assordante.
Cammino ancora un po’ e mi ritrovo davanti alla scuola dove ho fatto la materna e le elementari: la mitica Di Donato. Sento dei bambini giocare a pallone nel cortile dove passavo le mie ricreazioni. Lì io e i miei compagni di classe delle elementari giocavamo a campana, saltavamo la corda e sotto i portici giocavamo a nascondino. L’Esquilino è un quartiere multietnico, dove puoi davvero incontrare persone da tutto il mondo. Non a caso nella mia classe eravamo diciotto persone, tra cui dodici stranieri e sei italiani. C’erano Mina dal Bangladesh, Winner dalla Nigeria, Andrea dall’Eritrea, Joel e Daisyree dalle Filippine, Amalia dalla Romania, Ilaria dal Perù. Anche se non ho più visto nessuno di loro ci ripenso spesso e sono grata di averli conosciuti: sono persone che mi hanno lasciato tanto e grazie alle quali sono entrata a contatto con diverse culture, tradizioni e religioni e fin da piccolissima ho avuto la possibilità di sviluppare una mentalità molto aperta.
Andando avanti arrivo a Piazza Vittorio, dove ho passato i pomeriggi d’infanzia più belli. Entro nei giardini di Piazza Vittorio e guardo le giostre: ne sono rimaste la metà, le altre sono state tolte o distrutte, non c’è più neanche quella che era la mia preferita: il circuito di macchinette. Invece nel parchetto hanno rinnovato gli scivoli e le altalene, solo il cancelletto di legno è rimasto uguale. Io e mia madre facciamo un giro nei giardinetti e, come tanti anni fa, ci perdiamo nel labirinto di cespugli. Da piccola i miei genitori non mi permettevano di andare oltre le giostre perché era pericoloso, solo adesso che ho occhi più consapevoli mi rendo conto del perché, questa parte del parco è praticamente abbandonata e davvero malmessa.
Esco dai giardinetti e convinco mia madre a prenderci un gelato da Fassi, come facevamo sempre tornate dal parco. Massimo, il simpatico gelataio che c’era una volta, è ormai andato in pensione ma il gusto del gelato è sempre lo stesso.
Come ultima tappa, voglio andare al parchetto di Carlo Felice, dove i miei genitori, ogni sabato mattina, portavano me e le mie due sorelle a pattinare. Si trova in piazza san Giovanni, davanti alla basilica di san Giovanni in Laterano e di fronte all’imponente statua di San Francesco. Qui il miglior ricordo che ho è senza dubbio il concerto del primo maggio, che vado a sentire ogni anno da otto anni, prima con i miei genitori, ora con i miei amici.
Entrata nel parco, camminando sulla pista ciclabile, penso che i pattini non li ho più, e probabilmente mi sono anche scordata come ci si va.
Terminata questa lunga passeggiata, mia madre ed io saliamo sull’autobus 87 per tornare a casa. Seduta su uno dei pochi sedili vuoti, rimango in silenzio e una forte malinconia mi pervade. Mi rendo conto che l’atmosfera magica che c’era in questi luoghi oramai è quasi svanita, che quando si è piccoli persino le strade più brevi, le cose più semplici sembrano un mistero meraviglioso, il mondo è ancora tutto da scoprire, e più si va avanti, più cresce una disillusione verso la realtà. È per questo che non rimpiango la mia infanzia, ma la percezione delle cose che avevo quando ero bambina, ancora curiosa e ingenua. Mi convinco che l’Esquilino sarà sempre il quartiere romano a cui sono più affezionata, perché è qui che ho lasciato la mia fanciullezza, insieme alla mia spensieratezza.
Beatrice Buonopane