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A quattro mani con Carlo Cassola [Ferrovia Locale, 1968]

L’interno del vagone era freddo. La maggior parte dei sedili era vuota; seduta in un angolo del vagone, Alice tamburellava le dita su un bracciolo, spazientita, mentre Giovanni, seduto accanto a lei, sfogliava un libro con aria annoiata.

“Quanto tempo ci vorrà fino all’arrivo?” domandò la ragazza. Il fratello rispose con un’alzata di spalle.

Alice, sbuffando ancora, portò lo sguardo fuori dal finestrino.

La campagna era piatta fino al mare. Un sole pallido illuminava le poche forme in rilievo, la sagoma dello zuccherificio, le ciminiere delle piccole fabbriche lungo il fiume, qualche tetto, la striscia scura della pineta. In basso il cielo pareva di un azzurro più carico. […]

Viaggiare in treno non le era mai dispiaciuto. Stare seduti era comodo e il viaggio non era mai molto lungo. Ma tra Giovanni che pianificava di passare tutto il tempo a leggere in silenzio e il suo cellulare che aveva esaurito la batteria, Alice sapeva che oggi si sarebbe annoiata a morte. E lei odiava annoiarsi. Il treno lasciò la stazione.

Il sole la ferì improvviso, e dovette chiudere gli occhi. Quando li riaprì, erano cominciati gli orti. A un centinaio di metri continuavano a sfilare le case. Se ne vedeva la parte dietro: muraglie scolorite, terrazzini, ballatoi, panni tesi tra due finestre; qualche donna in faccende, troppo lontana per vedere come era. Il sole sfolgorava sopra la linea delle colline. La nazionale si avvicinava di sbieco; quando fu a pochi passi scartò […].

Sotto la ferrovia passò un fosso coperto dalle canne; poi una strada di campagna, coi solchi luccicanti come le strisce di due lumache. Alice percorse con gli occhi la linea tracciata dai solchi. Non riuscì a percorrerla tutta: il treno era troppo veloce e i solchi sparirono presto dalla sua vista. Sbatté piano le palpebre e tornò a guardare verso l’alto. La nazionale s’era allineata alla ferrovia: in mezzo c’era un vigneto. I corridoi tra i filari si aprivano per un attimo. In testa a ogni filare c’era un paletto di cemento. L’uva era in basso, qualche ciocca addirittura adagiata.

La vista le fece quasi venire fame. Si chiese distrattamente se la nonna le avrebbe permesso di bere un po’ di vino a cena. Sospettava di no. Provò ad immaginarsi le persone che avrebbero raccolto quell’uva quando fosse stato il tempo. Probabilmente non avrebbero bevuto neanche loro; il vigneto era enorme, sicuramente destinato alla vendita oltre che alla produzione. Sbuffò piano e si accasciò contro lo schienale del suo sedile. Sì, le era proprio venuta fame. Giovanni la guardò brevemente. Era cominciato un terreno arido. La nazionale era lontana.

[Alice] teneva gli occhi socchiusi. Li riapriva al passaggio delle stazioni: nella piccola folla raccolta sul marciapiede distingueva subito gli abiti vivaci delle ragazze. Visti di sfuggita, sembravano macchie di colore; rosa, giallo, verde. Una ragazza indossava una gonna simile a quella che la mamma le aveva regalato per il compleanno. Alice non la indossava mai; le gonne la mettevano in imbarazzo. Però ammise a se stessa che fosse carina, anche se non l’avrebbe mai detto alla mamma. Attraversarono in velocità anche San Vincenzo […].

Improvvisa calò l’ombra, come se il sole fosse stato coperto da una nuvola. Le fronde nere dei lecci turbinavano sulla sua testa, mentre in basso raggi luminosi s’infilavano tra i tronchi e foravano la boscaglia. Giovanni si lamentò sottovoce del buio improvviso. La sorella non lo guardò, intenta a tracciare con lo sguardo il contorno degli alberi, ovattato dalla luce. Le venne voglia di fare una foto allo strano gioco di colori, poi si ricordò che il suo cellulare era scarico. Per mezzo minuto continuò quell’alternarsi di buio e di bagliori, poi la vista spaziò di nuovo libera sulla campagna uniformemente pervasa dalla luce e dal calore del sole.

La luce improvvisa la prese alla sprovvista. “Ugh.” mormorò, riparandosi il viso con la mano. Ebbe appena il tempo di riabituarsi al nuovo cambio di luce, che Giovanni chiuse il libro con uno scatto. “Hai già finito di leggere?” domandò Alice, voltandosi finalmente verso di lui. “No” rispose Giovanni, “ma quella è la nostra fermata”. Ed indicò la stazione in avvicinamento. Alice sbatté piano le palpebre. “... Di già?”

Anna Bellantone, classe V A Liceo Pilo Albertelli

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