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Il palazzo del freddo - Francesca Marazzi

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Ci voleva proprio un gelato in questa calda giornata, io e Lada siamo appena uscite da una delle più antiche gelaterie di Roma: Fassi; a vederla non sembrerebbe proprio una gelateria, forse per la sua grandezza o per la sua eleganza non adeguata a quella via … Infatti appena superato il confine del Palazzo del freddo, si iniziano a notare le prime differenze: mentre il palazzo di prima è bianco  o meglio l’unico bianco e ben tenuto, ora davanti a me non ci sono altro che bidoni della spazzatura, colori su tonalità nero e rosa spento, e cineserie.

Al primo bidone, naturalmente o vuoto o estremamente colmo perché l'immondizia si trova a terra, noto subito i palazzi pieni di scritte nero su giallo, macchine ‘accavallate‘, stranieri e un hotel che mi sembra così trascurato da pensare che non sia per niente frequentato per il luogo dove è ubicato. Proseguendo, dopo alcuni bidoni, tenuti come il primo o addirittura bruciati il giorno prima, c’è sempre quel bidone che a prima vista mi pare strano: un grosso copertone nero che si muove uscendo dalle fessure del bidone stesso, come se fosse una finestra di una casa; subito dopo capisco che è un barbone che intuita la nostra presenza finge di nulla e ci chiede elemosina. Io mi allontano, per evitare di essere borseggiata, caccio qualche spicciolo dal portafoglio e glielo do. Le macchine e i tram sono sempre di compagnia in questa passeggiata e anche i bambini che spuntano da dietro gli ultimi bidoni rimasti, come se volessero fare una sorpresa ai passanti, e che chiedono chiedono pure loro elemosina, appena si porge qualche soldo a questi con molta attenzione, automaticamente e lentamente si avvicina quella che penso sia la madre con in braccio di solito un neonato: questa però chiede medicine e cibo, a questo punto mi conviene allontanarmi facendo malvolentieri l’indifferente.

Ormai ai negozi cinesi non ci faccio più caso ,come un LOOP si ripetono con le stesse persone, merce e scritte incomprensibili.  Sono ora arrivata alla seconda metà e attraverso la strada con molta attenzione al semaforo, alle macchine, e ancor più agli autisti, alzando gli occhi al cielo sperando di non essere investita si può vedere una grande ragnatela, che copre il cielo formata dai fili dei tram. Subito da questo marciapiede inizia un parco che occupa tutto l'isolato, si tratta di parco Vittorio Veneto; grandi alberi coprono il parco creando anche al marciapiede esterno ombra, la fermata del tram è sempre piena di gente e lungo il muro che fa da sostegno alla ringhiera del parco ci sono zingari e gente di colore che non ci toglie lo sguardo da dosso. Quasi al finire dell’isolato all’interno del parco noto una struttura in pietra molto grande attorno la quale dormono degli extracomunitari, sulle panchine o addirittura per terra; invece mi fa gioire guardare la porta magica, quando non è coperta dal fogliame, con ai lati due statue del dio egizio Bes, che ne sembra il guardiano. Parlando attraversiamo la strada e siamo a via Napoleone III. Ricompaiono vari negozi cinesi anche questa volta come dei LOOP sempre uguali da sembrare gli stessi con raramente merce diversa, i palazzi sono poco più puliti e le macchine poco meno in doppia fila questa volta.

È una vera e proprio Chinatown: bambini cinesi che corrono e giocano per la via, cinesi al telefono, che camminano, parlano ecc. è l’unico momento in cui mi sento straniera io. Al secondo isolato invece tutto cambia: i negozi sono totalmente assenti, i palazzi  quasi non hanno più graffiti, le macchine non sono più una sopra l altra ma tutte allineate. Un grande palazzo rosa e bianco apre la strada. Tutto è più calmo, escludendo il palazzo bianco di fronte, chiunque ci passi non si può fare a meno di parlarne, sul quale grandi caratteri bianchi in marmo formano la scritta ‘CasaPound’ proprio sopra la porta dell’ingresso. Continuando a camminare il mio interesse cade su un palazzotto con le finestre decorate in marmo e il portone d entrata ornato con ai lati due colonne; lo trovo originale rispetto agli altri e si vede che è il più antico. Ma non quanto quella bancarella di un marocchino piena di borse colorate che chiude la via e apre l’ultima da percorrere. Via Farini è per un breve tratto un po’ come la Chinatown precedente ma all’italiana o almeno so che negozi ci sono ma a pochi passi superata la fermata del tram mi risento a casa. Giro l’angolo a sinistra del palazzo roseo e al sventolare di una bandiera italiana, io e Lada eccoci davanti al Pilo Albertelli.

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