Salgo le scale della metro, circondata dal brusio delle persone.
Sbuco fuori dall’edificio, e nel cielo già scuro mi viene incontro l’insegna luminosa della farmacia, che trattiene la mia attenzione fino a quando non si allarga il campo su dei condomini di mattoni. A quest’ora, concessami da un’alternanza così tardiva, pur non notandosi il bel colore del cotto, ho comunque qualcosa da osservare.
Tanti piccoli quadrati si accendono sulle facciate regolari dei palazzi, formando bizzarre composizioni geometriche; così sbircio dentro, e posso vedere lampade, librerie, tende chiuse. Qualche volta ho la fortuna di scorgere un abitante, assorbito nelle sue faccende.
Proseguo sul marciapiede mentre le macchine mi passano accanto, illuminando l’asfalto ancora bagnato per la pioggia invernale. Supero il fioraio, già armato della soave merce esposta per San Valentino, e proseguo dritto per dritto, accostandomi all’autosalone e guardando, volgendo il capo al lato opposto, delle abitazioni in lontananza, delle quali le luci sembrano costellazioni sul cemento. Sopra di me i rami di un albero, spogli e luminosi, si allungano verso il cielo. Alla mia destra vedo il cantiere, che è quasi giunto al termine, e con la rapidità notevole di 7 anni di fermo dei lavori. Poco più in là c’è un palazzo , che io so essere rosso, circondato da alberi e nespoli, rappresentante il mio ultimo spiraglio di luce proveniente dalle finestre che danno sulla rampa di scale, prima che io arrivi alla rotonda, magicamente apparsa a fine Settembre.
Mi sorpassa, nella mia camminata, un autobus, che ingenuamente credo il 211. Seguito dal mio sguardo prosegue il suo percorso, mentre io seguito a osservare i dintorni. I negozi sono quasi tutti chiusi, ma le insegne danno comunque vivacità alla strada, altrimenti quasi oscura. Costeggio la lavanderia, ancora aperta, e spio nella tipografia lì accanto; chissà, forse la proprietaria si gira e riesco a farle un saluto; mi pare si fosse affezionata alla giovane ragazzina che le chiedeva le fotocopie.Giro la testa a sinistra e miriadi di aloni luminosi e rettangolari si rivolgono alla mia vista, sovrapposti uno sull’altro. Proseguendo passo accanto all’edicola, che nonostante sia chiusa continua imperterrita a illuminarsi, quasi a fare concorrenza all’insegna sparata di PIZZE & POLLI. Il ferramenta, di fronte alle strisce, preferisce un approccio un po’ più pacato, e , ancora aperto, si rivolge ai passanti mostrando loro illuminate tutte le vernici e le serrature in vendita.
Vedete, vorrei proseguire, ma penso che questo toglierebbe gusto alla passeggiata.
Innanzi tutto, sapreste già dove termina lo scritto; a casa mia, un condominio nascosto accanto alla luminosa ortopedia, definibile faro per chi cerchi il mio indirizzo. Poi, sarebbe ingiusto privarvi del piacere di sperimentare voi stessi il gusto di tale intrattenimento; ho provato pure a spiegarlo a Francesca, che è arrivata a rassegnarsi alle mie stranezze (anche se le mie amiche sono già in via di convinzione).
Il fatto è che farei una violenza a descrivere la mia strada, perché dovreste proprio vederla; è davvero bella, con tutte le finestre accese e offuscate, e le persone incappucciate avvolte nella condensa del respiro come dai loro stessi pensieri.
Ma voi ci verreste, se ve la descrivessi tutta?
E poi, mica solo a quell’ora è interessante. Ve la immaginate un giorno di vento, con tutti i rampicanti e i teloni cerati e i panni stesi in balcone che oscillano e danzano?
E quando piove, e all’improvviso lo stesso mondo si riflette al contrario nelle pozzanghere, che rendono la strada livellata?
Oppure... basta, ho già detto troppo. Se volete il resto, perché l’assaggio non v’è bastato, prometto di portarvi e di spiegarvi le regole del gioco.
E, fidatevi, non avreste mai pensato che Pietralata potesse essere così bella.