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Ricordi di un cielo rosa: da Pietralata a Piazza di Spagna - Giada Sindotti

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Era aprile, una di quelle giornate calde ma non troppo, per questo ero uscita con il giacchetto sotto al quale però portavo una maglia nera, con le bretelline. Mi affrettavo ad arrivare alla metro, sapendo di aver già fatto tardi, cercavo di non inciampare nelle radici degli alberi che ormai devastano quasi tutti i marciapiedi. Scendo velocemente dei gradini, di un colore rosso mattone ormai sbiadito; mi soffermo un attimo a guardare il dipinto ancora fresco disegnato su una delle facciate della stazione. Arrivo in banchina ed aspetto la metro per un lasso di tempo che sembra eterno, con lo sguardo fisso sulle pareti della stazione. Scendo alla mia fermata ed attraverso il lungo corridoio che porta all'uscita; mi inoltro così in un luogo in cui ero stata poche volte e del quale non avevo molti ricordi; ero arrivata a Piazza di Spagna. 

Si stende di fronte a me un mare di sanpietrini sul quale è dolcemente adagiata la Barcaccia che sembra quasi navighi realmente. Mi guardo intorno e noto come i colori delle vetrine diano un tocco di vivacità. Inizio a salire, uno dopo l'altro, gli scalini di Trinità dei Monti, arrivo in cima con una leggera fatica; alzo velocemente gli occhi al cielo che era sereno, limpido di un azzurro che mette il buon umore; il mio sguardo venne poi catturato dalle verdi foglie che riempiono le chiome della sfilza di alberi che sono disposti in fila lungo tutto il marciapiede; le stesse chiome che durante le afose giornate di agosto donano un po' d'ombra. Cammino poggiando i piedi su un asfalto grigia che diventa ghiaia bianca; mi avvicino alla balconata del Pincio, ed è lì che mi accorgo quanto grande sia Roma ma allo stesso tempo quanto essa sia piccola: in quel momento era come se la catturassi interamente nei miei occhi. Resto ancora un po' di tempo ad ammirare quel paesaggio, poi mi allontano per percorrere un lungo viale fiancheggiato da numerose panchine di marmo bianco ormai lì da chissà quanto tempo, e chissà quante amicizie e quanti amori sono nati su quelle panchine.

Torno indietro e continuo la mia passeggiata stando attenta ad evitare le macchine che sbucano da ogni vicolo ed aspettando pazientemente il verde ad ogni incrocio; è forse questa una delle pecche che ha Roma. Entro così in una di quelle zone dove la bellezza dei monumenti è sovrastata dalla più moderna urbanizzazione. Ed eccomi finalmente arrivata, anche se un po' in ritardo, all'appuntamento con l'ora più bella durante la quale Roma può essere vista; quando il cielo si colora di rosa, portando con sé una strana nostalgia e una voglia d'estate. Quel cielo rosa che nel mio sguardo era solo una cornice per il Colosseo, per il suo immenso contorno che rievoca le antiche glorie di questa città. Vedo non molto lontano da me la fermata della metro, che decido di prendere per tornare a casa. Scendo alla fermata di Santa Maria del Soccorso e mi accorgo che nel tempo passato in metro il cielo non era poi così cambiato; si erano aggiunte soltanto delle leggere sfumature viola che però erano in parte coperte dai palazzi. Rientro a casa, poso le chiavi sul tavolo e mi affaccio alla finestra aspettando l'estate.

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