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L’infinito rosa - Chiara Di Fabio

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Passeggiata da casa alla terrazza del Pincio

Ero lì, nella mia cameretta concentrata su quell’odioso problema di matematica che da ore ormai provavo a risolvere, ma non riuscivo veramente a trovarne una soluzione: forse la stanchezza, forse la semplice malinconia di dover stare chiusa in quelle quattro mura grigie, mentre fuori c’era un mondo che continuava a vivere, a divertirsi sotto quel sole magnifico, tiepido, mite e non sotto quel sole insopportabile che “spacca le pietre”.

Fu proprio in quel momento, mentre cercavo quell’incognita per risolvere il problema, che un raggio di sole penetrò attraverso le tende e fu proprio qui che presi il mio telefono e le mie cuffiette e uscii di casa.

Non sapevo, in realtà, dove sarei andata e dove sarei voluta arrivare, ma il sole, il cinguettio degli uccellini, il vociare dei bambini che giocavano insieme mi rasserenava così tanto.

Salii sul tram e, ancora non sapevo a quale fermate sarei voluta scendere, infilai le cuffiette nelle orecchie e partii per la mia nuova avventura. Passai sotto un'arcata di alberi intenti a generare “una nuova vita” che di lì a poco sarebbe stata portata via da quel terribile vento autunnale. Decisi di scendere qui, a viale Regina Margherita, e di continuare a piedi la mia passeggiata.

Il sole era sul punto di tramontare, si faceva sempre più flebile e debole, il cielo pian piano si colorava di un rosso chiaro tendente al rosa, ma i palazzi venivano ancora colpiti da qualche raggio di sole e perdendomi tra quelle infinite vie con i nomi delle città più importanti, tutte simili tra loro, entrai improvvisamente in un parco immenso, Villa Borghese, questo si che era pieno di alberi “vivi”, tolsi le cuffiette e quel silenzio assordante mi placava l’animo.

Era tutto così silenzioso, così “muto” come se la vita per un attimo si fosse fermata: non c’era più quel rumore delle macchine, i clacson non suonavano più, non si sentivano urla, ma semplicemente quel vento dolce che ti accarezza i capelli. Pian piano gli alberi si aprivano sempre di più, fino a dar spazio a un panorama magnifico. Ero ormai arrivata alla terrazza del Pincio, qui quel silenzio rimbombante svanì in un secondo, nuovamente voci, nuovamente vita.

Mi soffermai ad osservare l’infinità di Roma, i suoi colori diversi al tramonto, una città unica. Quel rosa del cielo rendeva così evidente la cupola di San Pietro illuminata e tutto quell’orizzonte veniva contrastato dalle luci di Piazza del Popolo e dai fari delle macchine poco più lontane da lì.

Mi persi in quell’infinita vita, in quei rumori capendo realmente che c’è non vita in un silenzio assordante.

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